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gita piazzo don

VCO- NOVARA- 07-06-2020-- Una splendida e dura

escursione di vecchia data, scritta per l’amico Antonio lista per il suo bellissimo bollettino della SEO CAI Domo.

PIZZO DEL TON (per gli amici Ton Ton)

13 LUGLIO 2003

Fra le tante cime ossolane di un certo valore che mi mancavano il Pizzo Ton era forse quella più ambita, pur incutendo una certa soggezione. L’unico precedente tentativo, qualche anno fa’, era fallito per il tempo incerto e, soprattutto, per il saggio ripensamento degli accompagnatori della gita del CAI, trattandosi di un’ascensione da affrontare in pochi e ben allenati per l’asprezza del tratto finale (cresta o via normale che sia). Comunque, osservando allora la famigerata Cresta degli Alpini, ne ammiravo l’ardita eleganza e pensavo di non essere più nelle condizioni mentali di affrontare delle difficoltà, sia pur limitate. Si sa, però, che, frequentando certe compagnie, prima o poi ci si ricade: la Ferrata del Limbo era stata il primo segnale. Ed è così che alle 6.30 di una calda domenica di luglio si parte dalla strada per Campliccioli a quota 1350 circa. Fanno parte della compagnia anche Mariano, Egidio e l’immancabile ed indescrivibile Giuseppino. Sergio, alle prese con un residuo traumatico della stagione sci-alpinistica, ci benedice da casa. Devo riconoscere che è stato soltanto il saggio Egidio, dopo avermi sottoposto a duri collaudi, a convincermi della mia idoneità all’impresa. Prima meta i laghetti di Trivera, che un prudente cartello indicatore segnala a 3 ore di cammino. Si suda subito moltissimo, c’è afa, e poi il tipico sentiero antronesco, che ignora quasi completamente i concetti di tornante e di pendenza graduale, non aiuta di certo. Dimezzando, quindi, il tempo del prudente cartello, poco dopo le otto ci compare davanti agli occhi la splendida conca del primo lago di Trivera, a quota 2100. Una breve discesa ci porta in riva al lago e qui, visto che camminiamo solo da un’ora e mezzo ed abbiamo fatto poco dislivello (solo 800 m), ci concediamo una sosta di 3 – 4 minuti, non di più, perché Egidio e Giuseppe sono ancora “freddi”. Chi è abituato ai loro ritmi non si meraviglia più, ma Mariano sembra un po’ perplesso. Oltretutto ci ronza intorno qualche nuvoletta grigiastra ed anche questo è un motivo sufficiente per giustificare la fretta dei capi-comitiva. Per fortuna il sentiero prosegue molto più dolcemente, perdendo persino un po’ di quota in corrispondenza del secondo lago, e verso le nove siamo a quota 2284, al Passo del Mottone. Nonostante il persistere delle nuvolette, ci concediamo una sosta molto più lunga, di 5 –6 minuti. Ritiriamo le racchette negli zaini e, senza esitazione alcuna (tranne la mia), puntiamo decisi verso la bella cresta che, con i suoi 400 metri di dislivello, dovrebbe portarci in vetta. Sarebbe abbastanza agevole seguire alcune comode (si fa per dire) deviazioni per evitare i tratti più “divertenti” della cresta integrale ed io, simulando interessi botanici, zoologici o geologici, ogni tanto cerco di svicolare, ma il buon Egidio mi blocca sempre con un categorico “si passa di qua!”. Soltanto verso la cima, forse per evitarmi traumi che potrebbero modificare il mio tono di voce, mi risparmia un’eroica cavalcata di qualche metro con una gamba in valle Antrona e l’altra in valle Anzasca. Il cosiddetto “muro” finale, però, non posso proprio evitarlo e, ricorrendo ad una robusta mano che mi porge un vero amico (solo per fare più in fretta, ovviamente) ed alle poche reminiscenze dei miei trascorsi giovanili sul Rosa, supero anche questo. A pochi metri dalla vetta Giuseppe, il solito burlone, mi tende una trappola e, approfittando della mia non conoscenza del percorso e della mia buona fede, mi fa legare in tutta fretta con un cordino tipo guinzaglio. Temo un tratto particolarmente esposto o qualcosa di simile ed invece, percorsi pochi metri, mi trovo su un comodo praticello orizzontale, per nulla esposto, mentre a Giuseppe ride non solo la bocca. Immagino che mi abbia anche fatto fotografare mentre ero ben legato, in modo da poter trasmettere ai posteri la leggenda del mio coraggio. Ognuno ha gli amici che si merita. Per fortuna ci sono anche amici più seri e così, alle 10.30, Egidio mi concede l’onore di toccare per primo la vetta, a quota 2675. Baci e abbracci, i soliti meritati insulti a Giuseppino, che non riesce a smettere di ridere. Panorama stupendo, nonostante le solite nuvole minacciose. Sinceramente devo riconoscere che mi ero allarmato a sproposito: la salita è si faticosa, ma divertente, quasi mai esposta, con buone possibilità di aggirare i tratti meno facili. Il tutto vale, naturalmente, con tempo stabile, roccia asciutta e pulita. Ad un amico con un buon allenamento consiglierei, senz’altro, la cresta anziché la via normale, di cui parleremo più avanti. Vistiamo il libro in vetta, scattiamo qualche foto e ci concediamo una sosta lunghissima, di circa mezz’ora. Purtroppo il riposo dà tempo a qualcuno di “pensare” e qui iniziano i guai. Anni fa, guidato da grandi alpinisti, per di più indigeni, Giuseppino era sceso verso la valle del Troncone e si ricordava un unico punto “delicato”, in cui si doveva “trovare” il passaggio, comunque ben impresso nella sua allora più giovane memoria. Siamo in anticipo sulla tabella di marcia e, quindi, approviamo il suo progetto quasi senza discutere. Alle 11 circa iniziamo la discesa del versante nord ovest. I primi 50 metri richiedono un po’ d’attenzione, ma poi ci ritroviamo praticamente su una comoda autostrada e non ci sembra vero, dopo le precedenti fatiche e sofferenze. A quota 2400 l’autostrada finisce improvvisamente ed intorno a noi ci sono solo precipizi. Capisco solo ora cos’era il famoso passaggio a nord ovest dei pionieri yankees: se non lo trovavi, erano … fatti tuoi. Per fortuna Giuseppino ha perso, con l’età, solo un po’ di memoria, ma è aumentata la saggezza e quindi prende, senza perder troppo tempo e con consenso quasi universale, la decisione più saggia. Del resto, se vogliamo violare altre cime impegnative, l’allenamento è la base di tutto e così la montagna appena conquistata viene ribattezzata Pizzo Ton Ton, per il semplice fatto che, in un solo giorno, la conquistiamo ben due volte, lungo vie diverse e, una almeno, quasi sconosciute. Cosa sono altri 300 metri di sano dislivello in una giornata così fresca e riposante. Mariano è il più entusiasta della duplice conquista e solo la sua indole riservata ed educata gli impedisce di mostrare a Giuseppino tutta la sua riconoscenza. Verso le 13 siamo di nuovo in vetta al Ton Ton e ci concediamo l’ennesima sosta di 5 – 6 minuti. A Giuseppe viene concesso l’onore di non decidere più l’itinerario e così ritentiamo la discesa, questa volta lungo la cosiddetta via normale. Di normale c’è ben poco : si tratta di un ripido canale di erba e sfasciumi, praticamente senza traccia di sentiero, dove, a mio parere, si deve fare più attenzione che sulla Cresta degli Alpini, per evitare di muovere sassi con gente sotto e per evitare le trappole dell’erba scivolosa, che accelererebbero in modo eccessivo la discesa. Immagino anche cosa potrebbe provare un alpinista in salita, con oltre 1000 metri di dislivello già alle spalle, guardando verso l’alto alla vana ricerca della vetta e sapendo che gli mancano ancora 300 metri con pendenze da ginocchia sui denti ad ogni passo. Viva la Cresta degli Alpini e gli amici che mi ci hanno portato! Ore 14: si chiude il lungo e tribolato anello, con varianti, che ci riporta al passo del Mottone, mentre Egidio si ferma poco indietro a scaricare le tensioni della lunga giornata. Altri 3 minuti di sosta, mentre le bevande vengono razionate ed equamente divise per sopravvivere. Le limpide acque dei laghetti sottostanti sono un sublime miraggio ed è così che, verso le 15, orario da estate romana, si mette qualcosa sotto i denti sulle rive del primo lago, dopo un tentativo quasi riuscito di prosciugarlo. Pediluvio, commenti quasi garbati sulla parete nord ovest e sul suo scopritore, sole assassino e bevute da cammelli all’oasi. Gli ultimi 800 metri di discesa con il loro dolce pendio sono il giusto suggello di una giornata tranquilla e riposante. Mariano ha ancora la forza, giunto al campo base, di tentare una sintetica lezione, a due cacciatori targati Varese, su come si posteggia in montagna con poco spazio a disposizione. Purtroppo sembrano non recepire ed allora possiamo solo augurare loro di non dare eccessivo lavoro a qualche gommista. Concediamo a Giuseppe, sulla via del ritorno, l’onore di pagarci da bere per festeggiare l’ardita doppia salita al Ton Ton, in attesa delle giuste benedizioni domestiche per l’orario himalaiano del ritorno. Per fortuna il nostro ineguagliabile amico ci ha creato un alibi di ferro.

Gianpaolo Fabbri

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