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necrologi

mostre arte domodososla

Stanno riscuotendo un buon successo

le due interessanti mostre d'arte che si stanno svolgendo rispettivamente a casa De Rodis in piazza Mercato e a palazzo San Francesco di Domodossola e che dureranno fino all'autunno. La prima ha lo scopo di far conoscere al pubblico Italiano un pittore ancora poco noto in Italia ma celeberrimo nella vicina Svizzera, Thèodore Strawinsky, figlio maggiore del compositore Igor e di Katherine Nossenko. Thèodore, cresciuto in un ambiente cosmopolita e aperto ad ogni tipo di arte, dimostra fin dall'infanzia un'inclinazione speciale per il disegno e la pittura. I suoi genitori, persone evidentemente di larghe vedute, lo incoraggiano parecchio. Molto significativo è un'acquerello del 1918, che raffigura la prima dell'opera la storia del soldato andata in scena per la prima volta al teatro dell'opera di Losanna il 28 settembre dello stesso anno e di cui il padre Igor ha composto la musica. L'artista all'epoca ha soltanto 11 anni e dal suo palco ritrae la scena. Il rispetto delle proporzioni e la resa prospettica, il senso di immersione nello spettacolo e l'attenzione per i dettagli so no molto significativi per un ragazzino di quell'età. Fondamentale per la formazione dell'artista sarà poi, di lì a qualche anno, la collaborazione alle scenografie dei balletti di Sergej Diaghilev, amico del padre e l'incontro con Pablo Picasso e Georges Braque, i due fondatori ufficiali del Cubismo. Ma sopratutto nei ritratti, ampiamente esposti a casa De Rodis, si rivela l'influenza di un altro pittore che Thèodore frequenterà nel soggiorno Parigino della sua famiglia : Andrè Derain. Questo artista gli insegna i rudimenti del mestiere, ossia la preparazione della tela e dei colori sulla tavolozza; dal canto suo il giovane Strawinsky sottopone a Derain le sue prime opere, che egli commenta e in certi casi corregge. Difatti, come possiamo tranquillamente vedere in un'opera più matura di Thèodore Strawinsky datata attorno al 1944-45, dal titolo Femme Assise e riportata nella copertina del catalogo della mostra Domese, l'influenza colorista con molte punte di Fauvismo, corrente artistica di cui Derain (assieme a Matisse) è stato uno dei fondatori, balza subito all'occhio. L'opera, di una bellezza tutto sommato classica, sembrerebbe quasi un'omaggio in chiave novecentesca all'ultima opera di Francisco Goya, la lattaia di Bordeaux. Ma non sono solo i ritratti ad essere esposti  a Domodossola, ma anche paesaggi e nature morte. Specie nel paesaggio, a mio giudizio Strawinsky raggiunge dei tocchi direi quasi metafisici : una metafisica, quella dell'artista svizzero, molto più morbida di quella di un De Chirico o di un Carrà degli anni dieci del novecento, meno astratta e fantasiosa ma più diretta a muta osservatrice della realtà e sempre con un recupero, almeno nel disegno di forme e proporzioni classiche. Si osservi ad esempio il quadro, olio su tela, Environs d'Annemasse del 1937, a pag. 99 del catalogo : la raffigurazione al centro della scena di due lontani casermoni, molto popolari, contornati da un gigantesco albero e persi in una ideale, deliziosa distesa di campagna. A incorniciare il tutto un cielo azzurrino carico, quasi tendente al violetto. Sembra quasi un quadro di un Carrà degli ultimi anni (ad es. Meriggio, Milano, coll. priv.).  O ancora un piccolo capolavoro strawinskyano :  La source a Magnanac del 1942, sempre olio su tela. Anche qui due costruzioni geometriche, al primo sguardo abbastanza anonime, immerse nella boscaglia fitta. Quella di sinistra sembra una specie di torre, con accanto dei vistosi covoni di fieno. Anche questi molto prospettici e rigorosi nelle loro forme. In primo piano abbiamo quattro alberi ben potati, che si innalzano maestosi come colonne che sorreggono il cielo nuvolo, ai  loro piedi due minuscoli alberelli che stanno nascendo. Il gioco tra il "piccolo" e il "grande" è reso con un'effetto ottico notevole, l'intero quadro emana un'effetto di serenità, di pace, tranquillità campagnola che si riscontra molto bene anche nelle opere degli Impressionisti.

Thèodore Strawinsky è stato un'artista per molti aspetti autodidatta, forse i suoi soggetti non sono mai stati del tutto originalissimi ma anche nei tributi agli altri pittori non si è limitato spudoratamente a omaggiare copiando e basta, ma sempre inventando qualcosa di nuovo che differenziasse le sue opere. Come molti pittori in vita egli non vendette granchè, riservando di lasciare i suoi quadri migliori ad una fondazione che portasse il suo nome, vivendo più che altro con le cospicue sostanze di famiglia. Ma un pò come tutti gli artisti egli aveva il suo gruppetto di ammiratori, che divennero suoi collezionisti permettendogli di vivere anche con la sua arte.

Non possiamo di certo evitare di parlare anche dell'altra grande mostra dell'estate Domese, inaugurata il 14 Luglio e dedicata a due figure fondamentali dell'arte italiana del novecento : Giorgio De Chirico e Filippo De Pisis. La rassegna di opere esposte a palazzo San Francesco ci fa conoscere l'incontro dei due artisti con la pittura Manierista del seicento napoletano, con le nature morte della dinastia pittorica dei Recco, Giuseppe e Giovan Battista, rispettivamente zio e nipote così come Giovanni Battista e Giuseppe Ruoppolo. Giuseppe Recco (Napoli 1634-Alicante 1695) dopo aver viaggiato e studiato in Lombardia, potè sviluppare il proprio neocaravaggismo in maniera del tutto originale : le sue nature morte con pesci, crostacei, conchiglie e frutti sono dipinte con un cromatismo molto raffinato ( si veda l'uso del chiaroscuro) così che alla genialità del trompe-l'oeil subentra il gusto barocco della "meraviglia". Analogamente Giovanni Battista Ruoppolo ( Napoli  1629-1693) aderisce gradualmente al barocco con la sontuosa ricchezza dei suoi trofei vegetali o marini conservando un'assoluta lucidità compositiva. E quale artista mantiene questa caratteristica sopratutto nei primi anni del novecento? forse proprio Giorgio De Chirico. Nato per caso in Grecia da genitori Italiani nel 1888, studia dal 1906 a Monaco e a contatto con la cultura Tedesca del periodo rimane molto affascinato dalla pittura romantica e Simbolista di Bocklin e Klinger, che solleticava i suoi ricordi dell'infanzia in Grecia, immerso nel mondo classico, ma in funzione di materia scenografica. Nel 1910 si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con Paul Valèry e Guillame Apollinaire, rimanendo comunque estraneo al cubismo e alle altre avanguardie, nei confronti delle quali fu sempre polemico ricercando piuttosto un linguaggio che poteva legare le sue evasioni oniriche dal flusso del tempo. Da qui nasce la pittura Metafisica  di cui De Chirico, assieme a Carlo Carrà e a Giorgio Morandi ne è l'inventore, anzi direi l'iniziatore ufficiale fin dal periodo Parigino : opere come l'enigma dell'oracolo (1910, Arona coll. priv.), l'enigma dell'ora (Milano, coll. Mattioli), la statua che si è mossa o la grande torre definiscono chiaramente lo spazio mediante architetture che appaiono vuote e inabitabili, la sua "lucidità compositiva" si delinea in un'estrema geometrizzazione degli spazi che da un lato richiamano il mondo classico, ma dall'altro, a mio giudizio, preludono l'architettura razionalista in una sorta di fuga dalla realtà, di mente altrove che sfocierà poi più tardi nelle ville Romane e nei vari interni metafisici. Nella mostra di Domodossola si possono ammirare figure, tripudi di fiori, composizioni metafisiche e nature morte (bellissime e fedeli ai maestri Napoletani quelle di De Chirico, più libere ma un pò trasandate quelle di De Pisis, quasi che la natura morta tradizionale non si congegnasse molto bene a lui). In fondo al salone del palazzo San Francesco si possono ammirare due opere del De Chirico più conosciuto : una tarda piazza d'Italia del 1952 e un rifacimento dell'enigma dell'ora della coll. Mattioli fatto molti anni dopo. L'artista morirà novantenne a Roma nel 1978 e in piazza di Spagna esiste la sua casa- museo, da me visitata parecchi anni or sono e molto interessante. Invito chi volesse approfondire i suoi studi sul pittore ad andarci, è un esperienza unica nel suo genere, anche dal punto di vista della ristrutturazione della antica palazzina dei Borgognoni curata personalmente dall'artista, che aveva scelto piazza di Spagna come sua dimora perchè la riteneva "il centro del mondo".

Filippo De Pisis è stato un'altro artista molto eclettico, che ha attraversato varie correnti della pittura novecentesca. Nato a Ferrara nel 1896 ( il suo vero nome era Filippo Tibertelli) esordisce come pittore e contemporaneamente poeta nel 1914 e la sua malinconia crepuscolare si alterna alla ricerca di una dimensione cosmica, come dimostrano i suoi primi quadri di autodidatta, fra cui oggetti con i numeri. Ha una pittura molto di tocco, lirica e sensoria. La sua stagione metafisica si inaugura nel 1916, con un'aperta influenza Morandiana e copre gli ultimi anni trascorsi a Ferrara sia quelli, molto importanti, del soggiorno Romano, dal 1920 al 1924. In seguito, spinto da Ardengo Soffici, si accosta al futurismo, impiegando sovente la tecnica del collage. Del futurismo coglie sopratutto il valore ritmico. Nel 1923 insegna Latino per un periodo ad Assisi e si accosta all'opera Giottesca con una ricerca di classicità allora molto di moda nell'arte, con opere quali case ad Assisi e Poggio Mirteto. Nel 1925 incomincia un vagabondaggio per l'Europa che lo porta prima a Parigi e poi a Londra, riscoprendo l'Impressionismo e aderendo anche al gruppo dei Fauves nella capitale Francese, mentre in quella Inglese la sua pittura assume sottigliezze di gusto nordico, ritraendo molte vedute Londinesi. Rientrato in Italia allo scoppio della guerra, lavorò felicemente ancora a Milano e a Venezia ma a causa di una malattia nel 1948 si ritirò in una casa di cura, dove comunque dipinse ancora saltuariamente delle opere curiose, molto astrattiste e siglate V.F., caratterizzate da labili tratti di colore su tele in gran parte lasciate scoperte, fino alla morte avvenuta a Milano nel 1956. Artista molto ondivago, attratto dalla pittura in molte sue forme e correnti, De Pisis rappresenta tutt'ora un'enigma per molta parte della critica, non solo italiana. A mio giudicare, la mostra di Domodossola non ce lo fa conoscere nelle sue espressioni migliori, anche se rimangono lodevoli le intenzioni.

Alessandro Velli – 20 agosto 2018